Campana d’Angiò, Peiro GE [6.4]
Mi immagino spesso come doveva essere questo angolo del mondo quando passavano di qui i nullafacentissimi rampolli delle ricche famiglie inglesi, un po’ di cento anni fa. Mi immagino anche la faccia di un pallido sassone, magari piovuto qui sulla riviera di Levante dalla piovosa Southampton, una volta affacciatosi al balcone di Bracco, a strapiombo sulla conchiglia rovesciata che oggi contiene Moneglia.
Vegetazione lussureggiante, sole giallo e mare blu, e laggiù quattro case di pescatori, e quei pochi palazzotti rinascimentali lascito di un ramo minore dei Fieschi, o dei Doria. O di nessuno dei due ma benedetto dalla fortuna: di possedere questo riparo naturale, quasi irraggiungibile per terra. Me la posso immaginare, l’espressione di quegli, fosse solo perché conosco la mia quando mi affaccio al balcone del Campana d’Angiò, locale appeso sul fianco di Peiro proprio sulla perpedicolare del borgo ligure. Occhi spalancati, mascella abbandonata, fiato dimenticato.
E dire che puoi pure accoccolarti in uno dei tavoli aggettanti lo strapiombo, e addirittura farti trattare bene dai ragazzi di sala: giovani e volonterosi ove difetta un po’ di esattezza nei gesti. Ma poco importa, che la vista basta: anche quando arriva un cestino di pane un po’ rattrappito, e la bottiglia scelta da una carta precisa anche se non immensa e dolce al cartellino giunge sul tavolo aperta, peccato mortale e immedicabile per qualsiasi Tavola di una qualche ambizione.
Dalla carta scegli il lardo di conca – che non è chiamato di Colonnata, vivaddio – addizionato di miele: buona, anzi ottima la materia, presentata in una nuvola accattivante: ma il contrasto non risulta formidabile, e la porzione immensa. E’ decisamente meglio il petto di faraona con mostarda di zucca, dalla cottura profonda, la sua bella crosticina, quasi una pietanza.
Gradito l’assaggio di Testaroli al Pesto, anche se son meglio i Ravioli di carne con ragù: opulenti come t’aspetti, magari largheggiati di condimento, ma riusciti anche nelle cotture non affrettate. Non nascondono qualche ambizione i pansotti con ricotta e verdure al sugo di noci, ma pagano in assemblaggio quel che guadagnano in raffinatezza.
Stacca dal resto il coniglio con erbe e pinoli, delizia di materia e sapienza di cottura, ben meglio del fritto genovese, di carni e di verdure: solo plausibile la panatura della pur triste fetta di tacchino, ma pastella bagnata per le verdure. Le razioni sono colossali e per ora basterà così.
La sola vista vale i 40 euri del conto: la cucina è ancora in penombra, con abbondanti margini di miglioramento.
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