La pioggia prima che cada, Jonathan Coe [5.0]
Sono successe due cose stasera, che mi convincono a parlare – tiepidamente anzichè no – di questo lavoro dello scrittore britannico. La prima, ho appena assaggiato il primo gelato della mia vita fatto con le mie manine. E la la gelatiera Musso, uno dei più straordinari gioielli dell’artigianato preterindustriale lombardo. Ed ho appena messo sul piatto l’edizione originale in vinile de In the court of the Crimson King. SI tratta di un disco spaventosamente datato, inattuale fino all’alienità. L’ho ascoltato fino all’ebetismo, quando ne avevo abbastanza da acquistare un LP al mese. A rate, dal Cammello, mille lire la settimana. Ma ora è un reperto archeologico: si ascolta con tenerezza e fors’anche con piacere, ma suona come suona. Irrimediabilmente invecchiato.
Eppure crea nella piccola stanza ancora ripiena del profumo di melone del gelato un’atmosfera separata dal tempo. Dalla finestra-porta spalancata s’insinua una fitta d’aroma di gelsomino, e la notte non è ancora nera. Il nero arriva tardi tardi in giugno.
Anche nel libro di Coe il nero non arriva subito. Si infila piano piano, diventando insopportabile – nel senso di insopportabilmente agghiacciante – poco prima del fumoso epilogo.
Il lungo racconto – o il breve romanzo, a seconda di quanto è pieno il bicchiere – ruota attorno ad una intuizione geniale: la pioggia prima che cada è un ossimoro, ma funziona. Per cui non vale dire delle qualità narrative, stilistiche, della capacità di rendere le sfumature: sono cose note ai non pochi lettori di Coe. Vale dire che l’intuizione, con ammissione molto british dell’autore, è presa da un canzone di Mike Gibbs, Rain Before it Falls. Che in inglese suona ancora meglio.
Dunque non avevamo bisogno di un’altra storia di mamme orribilmente cattive così cattive che non può essere, e di figlie così disperate da diventare ancora più cattive delle mamme cattive, anzi, diventare esse stesse mamme cattive, molto cattive.
Non avevamo bisogno nemmeno di un tocco caritatevole su un altro amore omosessuale, tanto meno accettato quanto più accettabile. Non avevamo bisogno di un altro indicibile orrore per rimproverare ai nostri genitori di non essere meglio di quello che possono essere. E non avevamo bisogno – probabilmente – dell’intervallo musicale, in cui pare partire la scritta “intermezzo” prima dell’aneddoto: quasi l’Autore non reggesse la tensione furiosa e si affidasse all’effettaccio per prendere fiato.
Perchè anche la narrazione è affidata ad un espediente. Brillante, per la verità per sfasamento di tempo, dell’io narrante e del flusso della storia. Ma per questo dovrai leggere le poche pagine del libretto: è una lettura disturbante. Non ne uscirai illeso, magari un po’ più ricco, questo sì.
On air: Yes i fear, tomorrow i’ll be crying.


Sto per leggerlo. Anche se La casa del sonno e La famiglia W non si battono:)
La casa del sonno è in lista.
Poi quando hai letto questo ci vieni a dire cosa ne hai pensato?
veramente bello…
uno pensa che una storia raccontata con questo espediente(il raccontare le fotografie) sia noioso, invece diventa intraprendente, e alla fine ti ritrovi alle 3 a bruciare le pagine =)
Ho letto di Coe “La pioggia prima che cada” dopo aver letto “Questa notte mi ha aperto gli occhi” e in tutta sincerità il primo è di una noia mortale indicibile, noioso come nessun altro libro che ho letto. Non lo consiglio a nessuno. L’altro invece è favoloso a confronto. Mi è piaciuto molto, penso che leggerò qualcos’altro di Coe. Se avessi letto prima l’uno e poi l’altro penso che non gli avrei dato altre possibilità :) .
Ciao, sono capitata per caso in questa pagina cercando i libri di Coe e mi ha colpita moltissimo il tuo commento a “la pioggia prima che cada”.
Premetto che anche se amo leggere non avevo mai letto nulla di J.Coe, La pioggia prima che cada è stato il primo ( e per ora l’unico in quanto l’ho finito ieri). Devo dire che a me è piaciuto e non poco. Mi è piaciuto davvero tanto, mi ha ricordato un pò Pomodori verdi fritti anche se non ho trovato “caritatevole” l’amore omosessuale che racconta.
E’ una storia di vita come ce ne sono tante reali ed il fatto che sia omosessuale cosa cambia?non ci trovo nulla di male.
La storia di Thea è vero è un pò truce, o quantomeno lo è il fatto che gli strascichi psicologici dell’infanzia l’abbiano resa una persona tremenda…ma non sempre si può avere tutto rose e fiori…il finale però devo dire non mi ha soddisfatta e mi ha lasciata perplessa, l’introdurre l’elemento sovrannaturale all’improvviso mi ha dato l’impressione di una soluzione estrema per una conclusione che non riusciva a trovare…
Ciao Sara.
Ovviamente la lettura suscita reazioni diverse in ognuno di noi, e spesso sono diverse anche le emozioni a proposito della stessa lettura in momenti diversi.
lamentavo un tocco “caritatevole” nel modo di raccontare quell’amore, non nell’amore omosessuale in sè. Ho avvertito più tolleranza che accettazione, insomma, e la tolleranza in fondo è sopportazione.
Per il resto trovo questa storia spesso forzata, nei modi, e nei toni.
Grazie per l’attenzione e il commento.
Grazie a te, è piacevole condividere le diverse sensazioni che una lettura suscita in ciascuno anche se, a volte, discordanti.
PS.Complimenti per il blog
scusate qualcuno può soiegarmi il finale? non ho capito un grand chè,forse sono io ad essere un pò tonta grazie
katia