Le Scuderie, Carpineti RE [5.4]

 

E venne il giorno degli agriturismi.
Non ricordo nemmeno più quando per vedere l’Italia – per chi abbondava di tutto tranne che di lirette – c’era un solo modo: la tenda. Si partiva con la lavatrice con le ruote, una Panda 30S bianca, o con la Rismo 60S a metano, la tenda a igloo economica e viah, più veloci della luce. Poi i campeggi iniziarono a mettere regole antipatiche, tipo minimo tre notti eccetera, e la pacchia finì. La faccenda dei Bed&breakfast non aveva ancora preso piede e la più squallida pensione Rosa con utenza notturna professionale costava come tre servizi da diggei di provincia, e venne voglia di piangere. Poi, i primi luoghi d’ospitalità rurale. Si dormiva davvero in fattoria, e ci si prendeva in giro chiamandosi l’un l’altro Vieni a fare il maiale con noi: ed era tutto vero, gran cascine con il bagno al piano, o addirittura in cortile, parcheggi tra le masse di letame, accoglienza rustica e prezzi nazionali senza filtro.
Poi fecero la prima fiera del vivere country, la signora andò a comprare le spighe secche e il signore ordinò i lavori di ristrutturazione: e gli agriturismi divennero quello che sono adesso: alberghi più uguali degli altri.
Passano gli anni e la definizione si arricchisce di sfumature, dalla fattoria didattica all’aromaterapia; ma anche luoghi di bellezza normalmente infinita tornano ad essere accessibili e godibili. Perchè in fondo di soffrire non ne abbiamo più tanta voglia, e con una buona misura di ragione. Gli agriturismi si arricchiscono di refezione, recupero delle tradizioni, esperienza di attività scomparse: o tutto questo assieme. Caratteristica comune è l’icona dell’accoglienza rurale: spighe secche alle pareti.
Il locale infatti è in un posto d’incanto: l’Appennino inizia appena ad inerpicarsi, i poggi sono verdeggianti e le linee morbide come i fianchi di una sposa emiliana. L’edifizio è uno spettacolare casale dalle fondamenta cinquecentesche, o giù di lì. Magari tutti quegli archi gli edifizi rurali mica li avevano. Poi entri, e ti trovi nella sala con il camino, i tavoli rustici, le sedie rustiche, i menù rustici, come gli abitanti di città immaginano dovrebbero essere rustiche le cose rustiche.

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Le Scuderie, Carpineti RE [5.4] - Cassagai Le Scuderie, Carpineti RE [5.4] - Tortelli d'ortica Le Scuderie, Carpineti RE [5.4] - SOffritto
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Le Scuderie, Carpineti RE [5.4] - Porchetta Le Scuderie, Carpineti RE [5.4] - Biancomangiare

Dice, non senza un certa prosopopea, di fidarsi che qui si recuperano i sapori: con abbondanza di eloquenti “di una volta“, “antichi“, “dei nostri nonni“, “di un tempo“, così fitti da risultare temibili.
Farai arrivare allora il tagliere di buoni salumi e i cassagai, un’antica preparazione di polenta fritta con funghi incorporati. Meno brillante la prestazione dei tortelli d’ortiche, una ricetta “di una volta” più facile da trovare in montagna, cotti un po’ in fretta e rimasti eccessivamente laschi nel ripieno, con il soffritto che riporta un ricco aroma di cotenna più che di lardo. Altrettanto frufrù la cottura dei cappelletti in brodo, corredati da un ripieno solido ma piuttosto inesatto.
Bracioline d’agnello e barzigoli non son male, passati appena alla griglia, sostenuti da una carne d’elevata qualità. Fosca l’interpretazione della porchetta con il balsamico, dalla tessitura vagamente polietilenica. Plausibili le verdure.
Non passa in cronaca il biancomangiare con cioccolato fondente sbriciolato.
Non straordinariamente brillante la gestione della controversia con il palloso cliente, che abbandona a se stessa una bottiglia di terrificante bonarda, richiesta dal racconto a voce.
Conto nei binari, sui 35: se t’accontenti avrai belli orizzonti.

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