Tutta colpa di Giuda, Davide Ferrario [7.6]

 

Tutta colpa di Giuda, Davide Ferrario [7.6]Insomma, quando ti siedi nelle ormai consuete poltronissime dei moderni cinemi, avverti un po’ di nostalgia di quelle sale scomode, suonate in stereo-senza-dolby che trasmettevano film macedoni in proiezione unica il mercoledì alle ventuno. Perchè era più facile seguire i film che parlavano degli altri senza sentirti troppo a tuo agio. Ma ormai anche le sale d’essay hanno le loro belle poltronissime, comodissime, e i loro 36 altopallanti che ti avvolgono con la meraviglia del suono THX, che sembra una vitamina.
Per la verità capita sempre di più di vedere film “di disagio” in cui l’approccio da “ce l’abbiamo fatta anche noi” ti toglie quell’empatia che risulta una chiave del transfert tra la pellicola e lo spettatore: quella cosa che ti impedisce di continuare a mangiare popcorn, ecco.
Dunque questo “Giuda” si dimentica di compiacersi per la propria meritoria opera di parlare degli altri. Di mettere il becco in un luogo di disagio infilandoci l’happy ending alla fine, che ti lascia quel senso di la vita è molto più stronza di così che mette l’amaro in bocca. Per fare un parallelo, il pur gradevolissimo “Si può fare” di Giulio Manfredonia lasciava un respiro di speranza che non sarai capace di ritrovare nella realtà non ostante la crudezza degli argomenti trattati.
Ecco, ho trovato Davide Ferrario bravo nel raccontare un storia senza cadere nella tentazione di farci credere che sia vera, nemmeno per un istante. Inserisce qua e là alcune tessere fuori posto, così poco credibili che risultano parte integrante della rappresentazione senza stonare. Mai. L’uso di attori non professionisti comunica il senso di goffaggine che percepisci essere vero, il senso di straniamento di quelli che entrano da fuori. Piccoli particolari che ti fanno sentire più che comprendere che il carcere è mondo altrove rispetto al nostro.
E troverai misurato, di giustezza il tocco delicato con cui la figura un po’ Jeanne d’Arc della protagonista viene contemperato dal prete apparentemente integro e segretamente pieno di dubbi. Del tutto integrata nel progetto la scelta di una bislacca forma-musical, in cui in fondo vieni condotto a non prenderla troppo sul serio: da viverla, mica da crederla vera.
E il finale risulta prevedibile solo perchè è l’unico plausibile: quindi logico, atteso ma non telefonato, ecco. Con la virgola amara del dopo-fine che spiega tutto, come una mannaia che ti risveglia dal sogno. Tanto da crederci, anche se hai visto una storia incredibile.
Formidabile il contributo dei Marlene Kuntz: con una colonna sonora così precisa da far emozionare, così funzionale alle immagini da costituire un vero e e proprio terzo tempo del film. Godano enorme come autore e come interprete, quasi plausibile anche come attore. Avvertibile il tocco di Maroccolo, il cui basso ossessivo è una voce opprimente, sempre presente, immanente.
Per il resto vedetevelo al cinema perbacco, e non scempiàtelo nei vostri costosi home theatre.

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