Come le foglie, Malika Ayane [8.0]

Non amo la musica italiana: nè quella popolare, nè il melodramma da cui proviene. A parte rarissimi momenti, per la verità banalotti, data la conoscenza quasi nulla del tema: E lucean le stelle e Vesti la giubba, e poco altro.
Non amo la musica italiana perchè durante gli anni della formazione (evabè) Battisti era troppo usato, la musica commerciale era orribile, e i cantautori li trovavo insopportabilmente verbosi. Ora leggendo le coste dei Dischi Compatti nel raccoglitore mi accorgo che irrilevante è la rappresentanza autoctona: Battisti con Panella, i CSI, Capossela, un qualche De Andrè, la Carmen Consoli del tempo che fu, l’immenso disco d’esordio della Donà. Marlene Kuntz, Cimabùe quando ci suonava il mio amico. Afterhours, Subsonica. Fine.
Tutt’ora sento l’attacco d’orchite quando parte lo stentoreo downtempo tum-tum-cià della maggior parte delle canzoni nostrane: io vengo dai tempi tagliati, dai chitarroni, dall’ Oh yeah babe babe squeeze my lemon, e lì dentro ci sento tutta la claustrofobia di una metrica ispida e di una matrice sopra tutto televisiva.
Eppure questa canzone mi si è conficcata nel timpano come un’otite foruncolosa: e quando sento l’incipit – d’accordo, è identico a Why – mi pietrifico nell’ascolto. Sangiorgi le canzoni le sa scrivere, e come. Certo, nella sua produzione con i Negramaro indulge spesso all’effetto patapàn, ma non poche sue linee melodiche sono irresistibili.
Ecco allora che la strofa è levigata come un lenzuolo di raso giallo, il refrain ha un gancio d’acciaio cortèn che ti si impianta a saldatura, le variazioni sono di stoffa raffinata e mai prevedibili come i più biechi su di un mezzo tono dopo il ritornello: ma complessi ricami sulla melodia. E sì, anche Malika gironzola *attorno* alle note, con quella sua voce che sa di spezie, dice Paolo Conte che è uno che ne sa.
E mentre guardo e ascolto, ascolto e guardo, non posso fare a meno di stupirmi della pelle di pollo e degli occhi lucidi, e del sapore di cannella e cardamomo che mi resta in bocca alla fine di questa piccola canzone perfetta.

Una. Piccola. Canzone. Perfetta.



4 commenti

  1. ho fatto anch’io un post su di lei ma soprattutto sulla canzone che ti entra dentro insinuante malinconica con i suoi temi primari del difetto d’amore ( mi sono anche accorta di un certo sapore psicanalitico che vi si annida, davvero ancora ricollegabile al vissuto originario col materno)
    la sua voce appena sentita mi ha rammentato la vanoni con quell’effetto inconfondibile di patata lessa bollente strascicata in bocca, poi c’era gino paoli a farle da padrino e mi sono rafforzata sull’idea di una similarità alla vanoni,
    ma risentendola mi ha ammaliato ed ho arguito che la ragazza non è per nulla sprovveduta,, c’ha dietro il mastino della casellli sugar e tutto un entourage colto e con le armi affinate..

    le foglie, questa tema per me è brivido puro,
    dai commenti che ho ricevuto ho potuto constatare che questa canzone questo timbro di voce scatena telluricamente l’immaginario femminile, ma non solo..il che mi fa ben pensare che l’emozione, quella lì che circola e si attiva smuove l’essere umano senziente e non c’è necessità di rinvangare la scontata differenza di genere,

    quanto al colore che dice paolo conte, per me malika ce n’ha tanti di colori suoi, non solo l’ambra o il rossoporosomattone nordafricano.. le ci vedo molto l’indaco e l’ichiostro quello bluscuro che butta al violetto..

    per le spezie penso al macis e ad una molecola di chiodo di garofano

  2. ho l’impressione che sia anche impostata: il vibrato è naturale, ma il controllo della voce mi pare assai curato.
    di certo la dinamica d’emissione che usa è trascinante.
    e Sangiorgi ha scritto un bel pezzo.

  3. Luca Amodeo scrive:

    Mi trovo nuovamente – e pienamente! – d’accordo col Caf: incredibile.
    Ma vogliamo parlare di “Sospesa”, con un grande Pacifico nel finale?

  4. #3. D’accordo?

    *sviene*

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