5 Questioni su wi-fu: Gianpaolo Paglia
Spettacolare intervento di GP Paglia nella saga del wi-fu. Per i pochissimi che non lo sapessero il Vignaiuolo 2.0 a Poggio Argentiera non solo produce buoni vini, a volte ottimi, ma sopra tutto si dà al mondo del vino tratteggiando con coraggio un pensiero originale.
Ma al di là dell’esprit de finesse che forse non starà a cuore ai più, potranno interessare alcune iniziative di marketing molto coivolgenti, come quella del tasting panel e le opinioni che Paglia non disdegna di esprimere senza troppe fisime: leggere per credere.
AdG ha dedicato a Poggio Argentiera più di una degustazione, e c’è materiale sparso per i più curiosi.
Grande crescita commerciale ma anche grande crescita qualitativa. Dopo la sbornia dei prezzi, gli scandali e le cantine piene. Dov’è arrivato e dove sta andando il vino italiano?
Come sempre e’ successo nella nostra storia, le crisi servono per ripensare interi comparti produttivi e sono il territorio di coltura per ripartire con maggiore slancio e maggiore qualita’. Direi che gli anni 80 e gli anni 90 sono stati il momento di crescita tecnica e del raggiungimento della qualita’ “tecnologica” del vino. Adesso la strada e’ quella dell’espressione del territorio e della ricerca di una espressione personale ed autentica da parte dei produttori, meno influenzata dalle mode e dalla stampa. E’ un percorso piu’ difficile di quello fatto in passato perche’ mentre in precedenza si richiedeva un livello di qualita’ che poteva essere raggiunto all’interno di ogni azienda anche in perfetta solitudine, la strada della conoscenza e dell’espressione di un territorio deve necessariamente passare dal confronto con gli altri e dal lavoro collettivo. Questi pero’ sono anche i nostri maggiori limiti a livello di nazione: bravi, spesso irraggiungibili come solisti, pessimi nel lavoro di squadra. Ma non si scappa secondo me, il secondo livello e’ questo.
Cuochi superstar, cuochi in TV. Grandi personalità di spicco, ma ancora troppi locali omologati. Dov’è arrivata e dove sta andando la ristorazione italiana?
Si puo’ dire forse la stessa cosa detta per il vino. Siamo dei solisti, e ci facciamo troppo influenzare dalle mode, mentre quello che la gente chiede e’ pesonalita’ e ricerca.E’ ovvio che questo vuol dire abbandonare certezze rassicuranti e scontentare alcuni, ma se si guarda la storia di chi ha creato valore in questo ed in altri comparti si vede che le cose sono sempre andate cosi’.
Continua a crescere il numero dei siti e dei blog dedicato al Wine & Food. Che c’azzecca l’Internet con l’enogastronomia?
Non mi preoccuperei troppo dell’inflazione dei siti e dei blog. E’ un fatto positivo che la gente parli e discuta di quello che ama, ed e’ bene che gli italiani lo facciano, visto che la cucina ed il vino e’ nel loro DNA molto di piu’ di quanto sia per altre nazioni. A patto di non prendere troppo sul serio opinioni personali di persone che discutono in liberta’, o meglio, sara’ la selezione naturale dei lettori a decidere chi e’ credibile e chi no.
E’ un fatto: c’è la legge e ci sono i controlli. Si può discutere nel merito, ma intanto i consumi di vino al ristorante crollano. Quali proposte concrete?
I consumi crollano in generale, non solo nel vino e purtroppo le cause sono tutte esterne, perche’ l’Italia e’ uno dei posti al mondo dove si spende meno per una bottiglia di vino al ristorante. E poi ci sono cause di costume, come il fatto che la gente beve meno e che ci sono, per fortuna, leggi piu’ severe contro chi beve e si mette alla guida. Ma secondo me, a paragone con gli altri paesi sviluppati, in Italia si va meno al ristorante. E anche questo e’ un fatto culturale non necessariamente negativo: a casa, da noi, ancora si cucina.
Prospettive, politica, cultura. Ma di cosa non può fare a meno l’enogastronomia italiana?
Non puo’ fare a meno di progetti seri e concreti, e sopratutto indipendenti dalle servitu’ politiche e clientelari. Io ritengo che in Italia si spendano in media dellee cifre di denaro pubblico altissime per la promozione, spezzettate in migliaia di rivoli che in pratica rendono inutile o pochissimo efficiente questa spesa.
Credo che si debba fare come in altri paesi, dove per es. nel vino, sono i produttori a mettere una quota parte del denaro destinato a promozione (e ricerca) e lo stato si obbliga a mettere una cifra equivalente. Pero’ poi sono i produttori stessi a gestire questi fondi con trasparenza mettendo in gara chi proprone i progetti migliori, da qualunque parte vengano. E poi c’e’ la questione della ricerca. Siamo un paese con la maggiore diffusione di Facolta’ di Agraria ma la ricerca in campo vitivinicolo e’ quasi sempre assente (tranne notabili ma isolate eccezioni). E’ assurdo come non si comprenda che se non si investe in ricerca, seria e con i meccanismi che ho descritto, il Paese rimane al palo. Putrtroppo anche qui non vedo grandi movimenti positivi, e dire che siamo il paese che ha inventato l’agronomia moderna, nel 700/800 eravamo all’avanguardia nel mondo.

