Spaghetti di Monograno Felicetti al Farro con salsa cruda all’uovo

Quando butti la pasta Felicetti ottieni un risultato unico: il profumo che si sprigiona dalla pentola è letteralemente ubriacante. Perfettamenet definito, forte, prolungato. L’obiettivo era assaggiarne l’integritàcon una salsa che lo esaltasse, senza ammorbare con polposità eterodirette.
Prendi allora l’uovo e battilo allegramente, come una carbonara: allungalo poco con un cucchiaio d’olio, poca acqua e pepe ben pestato.
Quando gli spaghetti sono ben al dente scolali, ma non fino all’ultima goccia. Poi passali in una zuppiera con la salsa d’uovo e un peperoncino intero. Ajutandoti con un mestolo cavo ottieni un bel covoncino che passerai nel piatto, irrorandolo con la salsa residua.
Sopra una nevicata abbondante di P.Reggiano vecchissimo, d’almeno 36 mesi.
Manda in tavola con un vino bianco ben tornito, come il Capitel Foscarino Soave di Anselmi.

Occorrente per 4pax:
240g di spaghetti monograno Farro Felicetti
n.1 uovo
olio, pepe, sale, 1 peperoncino
P.Reggiano stravecchio 36 mesi

IGT Venezia Giulia Pinont Grigio – Dario Princic 2006 [9.0]

La verità è questa: nell’approcciare il pinogrì di Princic Dario va buttato alle ortiche il vocabolario sensoriale utilizzato fino ad ora, peerchè il pinogrì di Princic è altrove.
Lo versi e ti trovi questo cognac non troppo vecchio, il colore del caramello. Vagamente nebuloso, con qualche riflesso rosso.
Il naso è crudo: devi fare attenzione a non confondere rusticità e verità con la grammatica fortemente adattata. Il cognac è lì che torna, con la frutta sotto spirito, la profondità che cresce, i toni più maschili a brillare di gioia virile ed imperiosa.
All’assaggio quei graffi astringenti solcano il sorso, trepido d’acidità libera, alto, aereo, superbo in parabola e in traccia.
Brillante di ricordi superalcolici l’uscita, svasata e abbracciante, di un un bicchiere mitologico.

La Capinera, Taormina ME [8.4]

Taormina è un luogo d’evocazione, una specie di baule dei ricordi: vecchie vacanze archiviate, notti stellate, panorami a perdifiato, cuori a martelli, vertigini giovanili, fotografie a diapositiva, frammenti analogici, camminate sotto il sole bruciante, oggi tatuati da visioni troppo sconfinate da non lasciare il segno per sempre. E pizze mangiate in piedi sulla pubblica via, e bottigliette d’acqua sottobraccio che tutto costa troppo, roba per turisti di mezz’età, spesso forestieri.
Taormina è luogo comune e punto di riferimento, non è facile parlarne senza essere burrosamente romantici. Eppure può venirti in mente qualcosa d’altro, la Carmen che cantava la sua Venere Storpia negli echi sottomessi dell’Anfiteatro. Ambiziosamente orchestrata, ma ancora ruvida d’entusiasmi neri [è finalmente finita la lenta agonia dei tuoi fiori].
Dal cancelletto della Capinera, chez Pietro D’Agostino, la guardi da sottinsù la rupe e tutto. Il l0cale gira le spalle alla città, infliggendo agli avventori una prescindibile contiguità con la linea ferroviaria: ma i convogli sono radi e lenti, le finestre spesse, e passi.
Azzurro è il mare, e azzurra è la dominante cromatica del locale: non che tutto sia azzurro, ma in qualche modo sa d’azzurro, tenue e delicato, leggero, a tratti diafano ambiente di pura pace. Quella che serve per scegliere una Degustazione o un qualche lacerto dalla Carta Grande, o una bottiglia sicilianescamente ampia, nei bianchi sopra tutto.
Quello che arriva dalla cucina – assieme ai bei pani a lievitazione naturale con ottimo olio di produzione propria -  è una zuppa di zucca locale, con ricottina e una formidabile bottarga di spada fatta in casa. Niente a che vedere con le cioccolatose zucche padane, ma una cosa assai più timida e sobria, ma precisina e linda.
Avrai gli spiedini in crosta di mais, con “intingoli afrodisiaci”, tre salse di diversa piccanza: agrodolce, di mandorle, e majonese al pomidoro. Molluschi e crostacei cotti a fondo alla moda antica, qualità eccelsa. Salse a compimento, dovrai solo prestare attenzione all’ordine d’assaggio per non rimanere con il palato sopraffatto dell’esuberanza.
Struggenti i bocconcini di gambero avvolti nel lardo di maiale, con salsa di broccoli. Certo, architettura già vista, ma eseguita con perizia e buon gusto: morbidezza e flessuosità nelle carni, sapidità in perfetta composizione. Bello anche da guardare, senza eccessi estetizzanti.
I mezzi paccheri con crostacei, telline e mollica di pane sono una bella eco ai costumi locali, cottura attenta con “quel mezzo minuto in più”, profumi secucenti. Piccoli dettagli che restano, pur nell’opera più ordinaria delll’intera cavalcata.
Perchè poi vedrai comparire una zuppa di pesce che più che una pietanza è un capogiro. Deciso e comunicativo il brodetto, trattati con esattezza i varii pesci in cui – giuocheresti il tuo ultimo dollaro – riconosci cotture differenti, con gli ottopodi croccanti alla moda siciliana e i filetti ben passati. Poco e niente sale, spezia, erbe aromatiche, un vortice inebriante.
Ritorno sulla terra con il dessert, un tortino con salsa di zafferano, gelato alla vaniglia e pistacchi – ovviamente – di Bronte, privo di qualsiasi asperità così come di imperfezioni, ma un po’ meno acchiappante.
Piccola discreta, e ottimo caffè servito con una campata di zuccheri in molte maniere.
Cucina di identità ben definita, quella di Pietro D’Agostino, che cerca il nitore della semplicità più che oziosi minimalismi. Purezza cristallina dei colori e una seduzione calma, in fondo rassicurante. Una abilità che non spiazza, anzi accoglie e abbraccia, serenamente.
Ce ne vogliono 60 per la degustazione di 5 portate, più o meno altrettanti per la scelta alla Carta.

Alice in Wonderland, di Tim Burton [10.0]

Amerai Alice fin dal primo momento: quando compare il sorriso al termine del suo incubo, tra le mani amorevoli del padre. La amerai definitivamente quando brillerà d’azzurro, fresca come un petalo di miosotis crudamente contrapposta alla cartapecora del volto – e dell’intelletto – della madre. E vorrai essere il Cappellaio fin dal primo momento che lo vedrai: vorrai avere i suoi occhi gialli e i suoi capelli rossi elettrici. E vorrai avere uno Stregatto per casa, non appena lo vedrai evaporare.
Vorrai avere la Bigralance per le mani, con cui combattere tutti i Ciciarampa del mondo – magari anche quelli che ti rubano le biciclette nuove – con l’armatura adamantina. Vorrai avere un Grafobrancio in cantina, per combattere la tua Regina Rossa, la Caledetta Mapocciona, e vorrai abitare il castello della Regina Bianca dove c’è solo luce e anche l’ombra risplende.
E vorresti che non finisse mai, che qui 108 minuti fossero anni: perchè in quell’oretta emmezzo ci sono più idee di una intera stagione di cinematogriafie mondiali. Tim Burton prende il mondo, lo fagocita e lo scolpisce con una fantasia rutilante, spessa, pentadimensionale. Ogni scena sa avere cento piani di lettura, ogni immagine ragala una foresta di particolari così fitta da provocare pura ebbrezza.
La ricostruzione digitale è così perfettamente integrata con i dialoghi surreali a volte iperreali altre, l’ironia sottile e sdrucciolevole è così coinvolgente da lasciare tatuaggi emotivi squassanti, che solo i cuori di pietra potranno non cogliere.
Il cast è di bravura somma: Johnny Depp rasenta il sovrumano, riuscendo a diventare comunicativo anche con le  espressione più catatoniche. La giovine e semisconosciuta Mia Wasikowska è solidamente perfetta. La Bonam Carter indescrivibile, con quel suo grido ossessivo “Tagliategli la testa!”. Anche Anne Hathaway azzecca la parte con quell’espressione finta, ma non falsa. I personaggi digitali sono irresistibili, a partire dal Bianconiglio che ha un’espressività anche psicologica da vero caratterista.
Finzione, mai falsità dentro il rocambolesco schermo di Alice. Una interpretazione del classico che tocca i generi dal Vaudeville all’Epico, con una felicità ed una freschezza creativa che non si vedeva da un pezzo, in nessun angolo del globo. Varrebbe il biglietto il solo minuto della Stanza con le Porte, ricca di un simbolismo espressionista così fitto da disorientare assai più i grandi dei piccini, un omaggio ossequioso più che osservante alla fantasia lisergica di Lewis Carrol.
Nemmeno il finale felice molto à la Disney riesce ad essere imperfetto: perchè lascia comunque un senso di sospensione così tenero da lucidare gli occhi: almeno fino al prossimo giorno Gioiglorioso.

Orecchiette con salsa di broccoli, ricotta e pomidoro confit

C’è questa referenza della profonda Puglia, una piccola produzione artigianale che regala soddisfazioni: l’Azienda Agricola Annese confeziona varietà di sottoli e pasta di semola di grano duro. Le tecniche sono tradizionali, i volumi ridotti, la qualità va provata.
Per valorizzare l’orecchietta rustica e ruvida, una preparazione lineare al pundo di essere rarefatta: ma il tricolore che ne esce è vibrante.
Per prima cosa prepara i pomodorini: la migliore qualità che hai a disposizione. Questi sono quelli datterini, che anche d’inverno – giù al nord – hanno qualche reminescenza di sapore. Posti al forno interi, immersi in una emulsione d’acqua, poco olio, zucchero,  e due gocce d’aceto. Dovranno riposare almeno un paio d’ore, meglio tre, attorno ai sessanta gradi.
Poi farai andare i broccoli tritati rusticamente con poco olio, l’aglio vestito, una piccola presa di sale e un peperoncino secco intero, non aperto per una mezz’ora. Indi li passerai al mixer al netto di aglio e peperoncino, bagnando con acqua secondo necessità
Le orecchiette vanno cotte in abbondante acqua salata e scolate molto al dente, poi tirate un minuto nella ricotta precedentemente passata al setaccio. In questa evenienza si tratta di ricotta vaccina di qualità suprema, affiorata da due ore nel caseifizio sotto casa mia: è latte frisone e brunalpino assai succoso, ma chi ha il vantaggio di avere ricotta di pecora a tiro ne godrà considerevolmente.
Sul fondo dei piatti una nello di salsa di broccoli, ben calda, conterrà la nuvola di orecchiette. Sopra, adagia i pomidoro, avendo cura di scolarli dalla confezione.  Ancora sopra qualche fiocco di pecorino giovine.
Manda in tavola con un aglianico semplice e sincero, il Terra dei Fuochi di Carbone va alla perfezione.

Occorrente per 4 pax:
240g di Orecchiette
un broccolo privato del gambo
peperoncino secco, aglio
200g di ricotta fresca
pecorino non troppo stagionato
12 pomodorini datterini
sale, olio.